Il caso Wimbledon-Russia

Il 20 aprile l’All England Club ha annunciato che i tennisti russi e bielorussi non potranno partecipare all’edizione 2022 di Wimbledon, in programma dal 27 giugno al 10 luglio. Si è scatenato il finimondo: dai grandi editorialisti agli utenti di Twitter con dieci seguaci, tutti hanno detto la loro. Io non so da che parte stare, mi sembra che tutti abbiano le loro ragioni; pochi però sembrano disposti ad ascoltarle senza sparare sentenze.

La scelta di Wimbledon

La pietra dello scandalo è il comunicato dell’All England Club del 20 aprile. Dopo alcune righe di sostegno al popolo ucraino, dopo la condanna della Russia, arriviamo al cuore della questione:

In the circumstances of such unjustified and unprecedented military aggression, it would be unacceptable for the Russian regime to derive any benefits from the involvement of Russian or Belarusian players with The Championships. It is therefore our intention, with deep regret, to decline entries from Russian and Belarusian players to The Championships 2022.

Ian Hewitt, presidente dell’All England Club, spiega di aver riflettuto a lungo prima di prendere la decisione e di averlo fatto seguendo le linee guida del governo britannico sulle manifestazioni sportive: «We have very carefully considered the alternative measures that might be taken within the UK Government guidance but, given the high profile environment of The Championships, the importance of not allowing sport to be used to promote the Russian regime and our broader concerns for public and player (including family) safety, we do not believe it is viable to proceed on any other basis at The Championships».

Il 26 aprile, Hewitt ha tenuto la tradizionale conferenza stampa di primavera per presentare il torneo di Wimbledon. Il presidente dell’All England Club è tornato sul comunicato per chiarire alcuni aspetti. Ecco il suo punto di vista, in pillole:

  • Siamo in una situazione eccezionale, che va ben oltre gli interessi del tennis. L’invasione Russia è stata condannata da mezzo mondo e il governo britannico ha emesso linee guida per limitare l’influenza russa attraverso lo sport.
  • La decisione non è stata presa alla leggera, anzi. Alla fine le opzioni erano due: vietare l’ingresso ai giocatori russi e bielorussi, o accettarli a patto che condannassero pubblicamente la condotta di Vladimir Putin.
  • L’All England Club ha scelto la prima opzione per due motivi. Primo: il successo di un tennista russo sarebbe stato strumentalizzato dalla propaganda del regime. Secondo: chiedere una dichiarazione contro Putin avrebbe messo a rischio la sicurezza dei giocatori e delle loro famiglie.

Le tante critiche

La scelta dell’All England Club è stata duramente contestata da Atp e Wta, da numerosi giocatori a partire da Novak Djokovic, da commentatori e politici (russi, ovviamente, ma anche e soprattutto occidentali). Difficile riassumere tutte le opinioni, ma i punti comuni sono sempre gli stessi:

  • Non è certo colpa di Daniil Medvedev o Andrey Rublev se Putin ha deciso di invadere l’Ucraina. Non fanno politica, giocano a tennis, si sono espressi più o meno chiaramente per la pace e già giocano gli altri tornei senza bandiera di fianco al loro nome.
  • L’esclusione di alcuni giocatori sulla base della nazionalità è un precedente molto pericoloso. Un conto sono le azioni degli individui, un altro le azioni dei governi: oggi tocca alla Russia, domani chissà.
  • Non solo l’esclusione dei giocatori non farà né caldo né freddo a Putin, ma è il classico boomerang che rafforzerà la sua propaganda anti-occidentale.

In questo paragrafo meritano un cenno anche le dichiarazioni di Rublev, fresco vincitore del torneo di Belgrado. Ecco la sua proposta, ripresa da Ubitennis: «Se ci fosse una dichiarazione da firmare che ci costringesse a donare tutto il montepremi agli aiuti umanitari, alle famiglie e ai bambini che soffrono, la firmeremmo. Penso che una mossa del genere almeno servirebbe davvero a qualcosa e mostrerebbe che il governo britannico è davvero dalla parte della pace e vuole dare una mano. A seconda dei risultati dei giocatori e delle giocatrici potrebbe anche venir fuori una cifra intorno al milione di sterline e penso sia una cifra enorme».

La replica di Dolgopolov

Prima di proporre la donazione del montepremi, Rublev ha messo le mani avanti: «Prima di tutto, non mi intendo di politica. Non so niente, non leggo le notizie e non seguo in generale, perché lavoro duro per essere un tennista e questo è il mio lavoro. Non sono istruito» (la traduzione è sempre di Ubitennis). Queste parole hanno mandato il sangue alla testa all’ex tennista ucraino Alexander Dolgopolov, uno che ha imbracciato il fucile per difendere la patria.

Dolgopolov ha replicato duramente a Rublev e la sua posizione è emblematica del pensiero di tantissimi atleti ucraini che condividono la scelta di Wimbledon.

Per Dolgopolov, Rublev è semplicemente un bugiardo e da queste sue dichiarazioni si capisce perché Wimbledon abbia fatto bene a escludere i tennisti russi. Dieci giorni prima dell’invasione, ricorda Dolgopolov, Rublev ha giocato in doppio con un tennista ucraino e in seguito ha scritto “no war” su una telecamera: come può fare il finto tonto? «Andrey, vuoi sapere cosa sta succedendo? Prova a scrivere una parola su Google: BUCHA. Oppure sentiti libero di chiamarmi, sono sicuro che ha il mio contatto, te lo mostrerò io». E poi, continua Dolgopolov, se Rublev non sa nulla e non segue nulla chi vorrebbe aiutare rinunciando al montepremi? Forse le famiglie dei soldati russi?

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