Il ritorno di Roger Federer

L’ultima volta che abbiamo visto in campo Roger Federer era il 7 febbraio 2020 a Città del Capo, in un match di esibizione contro Rafael Nadal organizzato dalla sua fondazione benefica. Sugli spalti c’erano 51.954 persone, record assoluto per una partita di tennis: a pensarci oggi, dopo un anno di pandemia e di isolamento, tremano i polsi.

Il Match in Africa a Città del Capo, 7 febbraio 2020

L’ultima partita ufficiale risale invece a poche settimane prima, quando lo svizzero viene sconfitto in tre set da Novak Djokovic nella semifinale dell’Australian Open. Poi arriva il Sars-CoV-2, il tennis si ferma e Roger decide di farsi operare al ginocchio, sperando di tornare in campo per la stagione su erba (senza sapere che perfino Wimbledon sarebbe stato cancellato dal coronavirus); a giugno si fa operare una seconda volta allo stesso ginocchio, tanti saluti e arrivederci al 2021.

Appuntamento a Doha

Quest’anno speravamo di rivederlo in Australia, ma a febbraio Roger ha deciso di rimandare ancora: la sensazione è che non volesse sobbarcarsi un viaggio simile senza la sua famiglia, con due settimane di isolamento da scontare in una stanza prima dell’avvio del torneo.

Adesso ci siamo. Il circo riparte dal Medio Oriente, Federer giocherà a Doha (8-13 marzo) e molto probabilmente anche a Dubai (14-20 marzo); poi si prenderà una pausa, salterà Miami, ma dovrebbe tornare già sulla terra rossa, prima di passare all’amata erba.

Cosa dobbiamo aspettarci da un tennista che il prossimo 8 agosto compirà 40 anni ed è rimasto fuori dal tour per più di un anno? Non fosse lui, niente di buono. Ma qui parliamo di Federer, il più grande tennista di tutti i tempi, darlo per morto sarebbe un gravissimo errore. L’esperienza del biennio 2016-2017 è lì a dimostrarlo.

Il magico 2017

Nel 2016 Federer perde contro Djokovic in semifinale all’Australian Open, di lì a poco annuncia di essersi operato a un ginocchio a seguito di un incidente domestico (leggenda vuole che sia fatto male mentre faceva il bagno alle gemelline). Tenta il rientro sulla terra rossa, ma è un fallimento; ci riprova sull’erba, altro fallimento. Decide quindi di saltare il resto della stagione – Olimpiadi comprese – per tornare l’anno successivo.

Il 2017 è leggenda. Federer rientra all’Australian Open, tra lo scetticismo dei tanti che lo danno per spacciato, e vince una splendida finale contro Nadal. Poi fa doppietta a Indian Wells e Miami, vince a Wimbledon (altro mezzo miracolo) e nel finale di stagione pure a Shangai.

La finale dell’Australian Open 2017 in 24 minuti

Per comprendere cosa abbia significato il 2017 per Federer e per il tennis in genere, leggetevi The Circuit. A Tennis Odissey di Rowan Ricardo Phillips: l’autore, un letterato prestato sport, racconta meglio di chiunque altro quei mesi che hanno sconvolto il circuito.

Quattro anni dopo

Possiamo sperare in un nuovo Rinascimento svizzero? Con Federer tutto è possibile, le analogie tra lo stop del 2016 e quello del 2020 non mancano, ma questa volta è tutto più difficile. Anche solo per l’età: un conto è fare miracoli a 35 anni, un altro a 39.

Nei giorni scorsi, Ubitennis ha tradotto e pubblicato stralci dell’intervista concessa da Pierre Paganini, il preparatore atletico di Federer, al Tages Anzeiger. A proposito dei due infortuni, ha detto Paganini, «la grande differenza rispetto alla situazione vissuta nel 2016 è che quando si è fermato dopo Wimbledon nel 2016 i suoi muscoli erano sempre tonici. Ora abbiamo avuto una pausa totale in cui i muscoli si sono notevolmente deteriorati. È passato molto tempo tra la prima operazione e il periodo di luglio, quando avevamo stabilito che avremmo potuto ricominciare a lavorare gradualmente. I suoi muscoli non erano più nelle stesse condizioni e non potevano sopportare certi carichi di lavoro, c’era bisogno di più tempo».

Insomma, conclude il preparatore atletico, «è stata una lunga strada da percorrere. Io stesso sono sorpreso dalla sua passione, a volte mi chiedo: perché continua a farlo? È un fenomeno, non c’è molto altro da aggiungere».

Tornare in campo: i casi Murray e Fognini

Rientrare nel circuito ad alti livelli, dopo un infortunio e un’operazione chirurgica, comporta fatica e sofferenza. Sappiamo poco del lavoro compiuto da Federer e dal suo staff negli ultimi mesi, ma per farsi un’idea di cosa significhi uscire da una sala operatoria con l’obiettivo di tornare ad alti livelli ci sono due documentari ben confezionati.

Andy Murray: Resurfacing, disponibile in streaming su Amazon Prime, racconta il calvario vissuto dal tennista tra il 2017 e il 2019, quando si è fatto operare all’anca. La situazione era molto più grave rispetto a quella di Federer, tanto che Murray è arrivato alle soglie del ritiro. Oggi lo scozzese gioca con un’anca di metallo e continua a lottare per tornare grande: ce la sta mettendo tutta, anche se l’età e i risultati sembrano remare contro di lui.

E poi c’è Fabio Fognini, finito sotto i ferri nel 2020 per un’operazione alle caviglie. La storia del suo recupero è alla base di Fabio. Prendere o lasciare, disponibile su TIM Vision. Ci sono video registrati con lo smartphone dal tennista, registrazioni più professionali, momenti intimi con la famiglia, perfino un’intervista a Bobo Vieri. Il rientro di Fognini, dopo un avvio difficile, sta dando risultati soddisfacenti.

E Roger?

Federer deve aver vissuto qualcosa di simile ai suoi colleghi, ma tutto è avvenuto nel silenzio. Nell’anno della pandemia abbiamo sentito parlare di lui per uno spot meraviglioso girato sui tetti di Finale Ligure, per il lancio di un modello di scarpe, per la proposta – caduta nel vuoto – di unificare Atp e Wta, per una divertente diretta Instagram con l’amico Nadal.

Come si sia allenato, con quali risultati, resta un mistero. Ed è giusto così, le stelle parlano sul palcoscenico, quello che accade dietro le quinte resta dietro le quinte. L’appuntamento è a Doha. Comunque vada, bentornato Roger: ci sei mancato tantissimo.

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