I tennisti in Australia si stanno facendo odiare

Nel 2020 ci ha pensato Novak Djokovic a far passare il tennis per uno sport da irresponsabili. Prima ha messo in dubbio l’opportunità di vaccinarsi, poi ha promosso cure alternative contro il Covid-19, infine ha organizzato un tour di esibizione nei Balcani (con tanto di festa in discoteca) che si è trasformato in un focolaio. Il comportamento del serbo è stato stigmatizzato da molti colleghi e in qualche modo la tempesta è passata.

Adesso ci risiamo. A poche settimane dall’inizio degli Australian Open, il circo del tennis non sta facendo una bella figura: di questo passo, l’australiano medio finirà per pensare che tutti i tennisti siano viziati e/o ignoranti; nella migliore delle ipotesi, personaggi che vivono in una realtà parallela, senza virus in circolazione.

Per comprendere cosa stia succedendo, bisogna ricordare che l’Australia ha affrontato il Covid-19 con misure draconiane; ad oggi numerosi cittadini sparsi per il mondo attendono il lasciapassare per tornare in patria senza spendere una fortuna. Questo sistema, certo criticabile, ha portato risultati: l’Australia è Covid-free e intende restarlo.

Organizzare uno Slam, però, significa accogliere migliaia di persone da tutto il mondo: non si parla solo di tennisti, ma anche allenatori, medici, familiari, collaboratori di ogni ordine e grado. Tennis Australia ha trovato un compromesso con le autorità per salvare il torneo: via libera all’ingresso di un limitato numero di persone, poco più di mille, a patto che tutti facciano 14 giorni di quarantena in albergo, con qualche ora giornaliera per gli allenamenti.

Peccato che su alcuni voli charter atterrati a Melbourne siano stati riscontrati casi di positività al Covid-19. Tutte le persone a bordo degli aerei – più di settanta tra giocatori e giocatrici – dovranno stare in quarantena “stretta” per due settimane, e per “stretta” si intende che non potranno uscire dalla stanza per nessun motivo.

Chiusi in albergo, i tennisti hanno iniziato a sfogarsi sui social network. Qualcuno si è lamentato del cibo, qualcuno delle regole troppo stringenti. Un breve riassunto, non esaustivo, delle esternazioni che hanno fatto notizia:

Nel frattempo Djokovic si è messo a fare il sindacalista e ha stilato una serie di richieste: quarantena più breve, possibilità trasferirsi altrove, migliorare la qualità del cibo. La risposta? NO. Il serbo è stato massacrato dai media, tanto che ha dovuto pubblicare un comunicato per chiarire la sua posizione (anche nel suo caso: sono stato frainteso).

The players won’t have known just how strict the lockdowns were that Melbourne experienced for months. They won’t have known about the thousands of Australians still stranded overseas, waiting for an opportunity to come home.

Ben Rothenberg, The Age

Sembra quasi, come ha scritto Ben Rothenberg, che i giocatori non sapessero a cosa andavano incontro. Forti delle esperienze di Parigi e New York, due Slam giocati nel mezzo della pandemia ma con ampie libertà, pensavano di cavarsela anche a Melbourne. Ma in Australia non si scherza, le regole sono regole. Prima i giocatori lo capiranno, meglio sarà. Anche perché le televisioni locali continuano a trasmettere servizi come questo, con un tono che certo non mette in buona luce Djokovic e compagnia:

La contrapposizione tra la bolla del tennis e la popolazione locale è sempre più evidente, e i media la cavalcano. Gli australiani, sottoposti a regole durissime, vedono tennisti milionari che entrano tranquillamente nel loro paese e si lamentano per la qualità della stanza o del cibo: non la stanno prendendo bene, ed è comprensibile. Del resto l’alternativa alla clausura in albergo esiste: stare a casa; lo ha fatto Roger Federer, pronto a rinunciare all’Australian Open pur di non stare settimane lontano dalla famiglia.

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